Biglietto per Hammamet

Dieci anni fa, il 19 gennaio del 2000, Bettino Craxi moriva ad Hammamet, in Tunisia. Latitante. Eppure i media nazionali evitano accuratamente questa parola, preferendo versioni di stampo revisionista del tipo “esule politico”. Minzolini, direttore del tg1, il 12 gennaio ha dedicato un editoriale a Bettino Craxi, definendolo un “grande statista” e attaccando coloro (i pochi giornalisti liberi che ci restano) che (e qui cito) vorrebbero farne un “mezzo criminale”. Perché “mezzo” poi il direttore del tg1 ce lo dovrebbe spiegare, a noi, a tutti quegli italiani che ancora oggi devono pagare i miliardi che il “grande statista” si è intascato (e che non sono finiti nelle casse del PSI, come invece sosteneva la sua linea di difesa).
Durante gli anni in cui Bettino Craxi fu presidente del consiglio, il debito pubblico italiano passò dal 60% al 120% del PIL: ogni anno gli italiani devono pagare 800 milioni di euro per i soli interessi. Questo boom del debito pubblico, come dimostrarono poi le inchieste dei magistrati di Mani Pulite, fu causato principalmente dall’abnorme aumento dei costi delle opere pubbliche, gonfiate dalle tangenti che finivano nelle tasche dei politici. Ogni appalto delle linee della metropolitana di Milano, ad esempio, generava un sacco di miliardi che venivano poi divisi fra i vari partiti. Questo sistema di corruzione generalizzata, endemica e malata, spiega la discrepanza fra i costi e i tempi di realizzazione delle grandi opere in Italia rispetto al resto d’Europa: un chilometro della metropolitana di Milano costava 192 miliardi di lire contro i 45 della metropolitana di Amburgo.
E per vedere dove sono finiti i miliardi (alcuni, di altri si sono perse le tracce) nascosti in Svizzera sui conti personali di Bettino Craxi, basta leggere le sentenze della Corte d’Appello di Milano: un appartamento a New York e altri acquisti immobiliari a Milano e a Madonna di Campiglio; una televisione alla sua amante, alla quale regalò anche una casa e un albergo; 500 milioni per il fratello Antonio.
Nel 1992 l’ingegnere Mario Chiesa, esponente del Psi, cominciò a parlare svelando ai pm di Mani Pulite il complesso sistema di tangenti che coinvolgono i dirigenti del psi (e parla perché arrestato in flagrante per aver intascato una tangente). Piovve così su Craxi una pioggia di avvisi di garanzia (una ventina circa); nell’aprile 1993 la Camera dei Deputati negò l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, provocando l’ira dell’opinione pubblica: il 30 aprile segna simbolicamente la fine della Prima Repubblica, con Craxi travolto da una pioggia di monetine. L’inizio della nuova legislatura, cui Craxi non era stato ricandidato, segnò la fine della sua immunità parlamentare: scappò quindi ad Hammamet, latitante (non prima di aver fatto svuotare i suoi conti personali in Svizzera).
Certo Bettino Craxi non fu l’unico uomo politico a intascarsi (rubare) soldi dalle casse dello stato, ma ciò non può comunque cambiare la verità dei fatti, né tantomeno cancellare i suoi reati. Se qualcuno domani vi rubasse il portafoglio e vi dicesse “non puoi prendermi come capro espiatorio, ci sono talmente tanti altri borseggiatori”?
Quindi l’editoriale di Minzolini (lo trascrivo, a tratti è esilarante):
Craxi è stato trasformato nel capro espiatorio di un sistema che era stato l’ultimo residuo della Guerra Fredda. Una democrazia costosa, permise per cinquant’anni al nostro Paese di restare nel mondo libero: da un lato i partiti che governarono la prima Repubblica con i loro pregi e difetti, dall’altro il più grande partito comunista occidentale, con i suoi rapporti con l’Urss. Con la caduta del Muro di Berlino, per il solito paradosso italiano, i vincitori, quelli che erano sempre stati dalla parte giusta, invece di ricevere una medaglia furono messi alla sbarra. Basti pensare che il reato portante di Tangentopoli, cioè il finanziamento illecito ai partiti, era stato oggetto di un’amnistia soltanto due anni prima: un colpo di spugna che preservò alcuni e dannò altri. La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria. E l’unico che ebbe il coraggio di porre in questi termini la questione, cioè Craxi, fui spedito alla ghigliottina. Per questo Craxi non volle mai vestire i panni dell’imputato. E’ di quegli anni il vulnus che alterò i rapporti fra politica e magistratura. Un vulnus che per quasi un ventennio ha fatto cadere governi per inchieste che spesso non hanno portato da nessuna parte e che ha lanciato nell’agone politico i magistrati che ne erano stati protagonisti, che già per questo avrebbero dovuto dimostrare di non essere di parte.
Se poi ci aggiungiamo che il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha deciso di dedicare una strada a Bettino Craxi, non ci resta che contemplare la processione votiva di tre ministri della Repubblica Italiana, Franco Frattini, Maurizio Sacconi e Renato Brunetta, partiti alla volta di Hammamet per rendere omaggio a Craxi.
Quoto Minzolini: “è arrivato il momento di guardare alla sua vicenda con gli occhi della storia”.

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