Fish Tank… cos’è?

Ultimamente mi sono resa conto, a mie spese, di quanto sia impegnativo scrivere una tesi… non che non me l’aspettassi eh, che anzi si sa io tendo sempre un po’ al pessimismo cosmico (manco fossi Leopardi mentre contempla le luna nel cielo), e onestamente riuscire a scrivere ben 70 pagine proprio non me l’aspettavo.

Comunque, tornando a noi: nonostante passi la maggior parte delle mie giornate a sistemare note, cercare citazioni, litigare con la nuova versione di word perchè non riesco a impaginare correttamente, cerco di mantenere una qual certa parvenza di vita sociale. Quindi, ieri pomeriggio decido di andare al cinema. Problema: cosa guardare? Consulto qualche sito su internet, trovo l’interessante Up della Pixar, che sicuramente, visti i precedenti (Nemo, Ratatouille, Wall-e) immagino sia molto carino; un prophète, film francese Gran Premio della Giuria a Cannes, sull’immigrazione dal Magreb, e Fish Tank, film di una regista inglese, Andrea Armold, che onestamente non ho mai sentito nominare, ma leggo delle buone recensioni.

Per una questione meramente pratica, di orario, decido di andare a vedere Fish Tank. E capisco il perchè delle recensioni positive. Il film racconta la storia di Mia, una quindicenne inglese irrequieta ma sensibile, in costante conflitto con la madre single e con la sorella minore. Mia e la sua famiglia abitano in uno degli squallidi palazzoni della desolata periferia inglese, dove la televisione è perennemente accesa su scempiaggini del tipo MTV o programmi hip hop. Incapace di avere delle relazioni sociali stabili e matura, insoddisfatta e abbandonata a se stessa, l’unica passione di Mia è il ballo, cui si dedica con passione e in segreto, sperando di poter sfondare un giorno grazie al suo talento. Tutto cambia quando il nuovo boyfriend della madre, Connor, fa la sua comparsa: bello, simpatico e paterno, dopo i primi giorni di scontro diventa ovvio che Mia nutre per lui molto più che una semplice simpatia. La storia evolve poi a tratti in maniera forse un po’ scontata, ma l’uso del piano sequenza e della camera portata a mano, che segue Mia praticamente in ogni inquadratura, rendono estremamente gradevole il film, grazie anche all’ottima interpretazione dell’esordiente Katie Jarvis. Nonostante il finale scontato e alcune insistenze da parte della regista che potevano forse essere evitate, Fish Tank mostra l’influenza e l’ispirazione del connazionale Ken Loach, da sempre impeganto in temi sociali e politici:la regista ci porta in un mondo che è per definizione periferia e dove Mia, e tante altre ragazze come lei, vivono senza che gli adulti si rendano conto del loro bisogno di affetto e normalità.

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