Gran Torino

Premetto che Gran Torino l’ho visto più di una settimana fa, e premetto che da diversi giorni sto cercando di trovare il tempo per scrivere qualcosa su questo ultimo bellissimo film di Clint Eastwood. Ma quando si vive in una città frenetica come Parigi sembra impossibile non essere trascinati dai suoi ritmi e dalla folla che corre nei corridoi del metro (ginocchio permettendo)… ma questa è un’altra storia.
Ma il tempo per parlare un po’ di questo film va trovato, perchè ne vale la pena.
Premetto che il mio giudizio può essere di parte, perchè io Clint l’ho sempre adorato, fin da quando interpretava i rivoluzionari western di Sergio Leone (con due espressioni: una con il cappello e una senza). Ora, regista affermato, a 78 anni suonati si cimenta in nuovo film, una sorta di testamento della sua carriera. Clint dà vita al personaggio di Walt Kowaski, ex operaio della ford, scorbutico e pieno di odio verso i diversi, che si trova a vivere da solo in un quartiere ormai “colonizzato” da degli asiatici di etnia Hmong (emigrati negli USA alla fine della guerra in Vietnam). E non a caso (a parer mio) Eastwood sceglie di chiamare il suo personaggio Kowalski, come quello interpretato da un Marlon Brando al massimo della sua forma in “Un tram chiamato desiderio”: anche lì (Stanley) Kowalski era un personaggio rude e scorbutico, chiuso in sé stesso e nella sua concezione del mondo. E, al di là delle critiche sociali che Gran Torino solleva, quello che mi ha colpito nel film è l’evoluzione del personaggio di Walt Kowalski, che lentamente capisce di avere più in comune con i suoi vicini di casa Hmong piuttosto che con la sua stessa famglia (“I have more in common with these people than with my own family”, dice Walt guardandosi allo specchio). E sono soprattutto i due giovani Hmung a far breccia nella sua rude corazza andando al di là del linguaggio rozzo e volgare decisamente razzista: conThao (da Walt ironicamente chiamato “toad”=rospo) nascerà col tempo uno splendido e toccante rapporto padre-figlio, tema particolarmente caro a Eastwood, più volte affrontato nei suoi film.
In sostanza: è un film che consiglio vivamente, perchè mi è piaciuto molto, perchè mi ha commosso e fatto riflettere. E perchè, come quasi tutti i film di Clint Eastwood, ha uno stile narrativo che mi ricorda il minimalismo di Carver, uno dei miei scrittori preferiti. Perchè è solo scarnificando una storia, togliendo tutto il superfluo che possiamo arrivare a cogliere l’essenziale.

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