The wrestler

Ieri sera, finalmente, mi sono decisa ad andare a vedere The wrestler. E mi è piaciuto, molto. Nonostante si possano trovare diverse pecche, nonostante a volte scivoli nelle convenzioni e negli stereotipi. Aronofsky (sì, quello dello splendido e lirico Requiem for a dream) prende un tema classico del cinema americano, quello della deriva degli sconfitti: qui un lottatore di wrestling sulla cinquantina che, dopo la gloria, la fama, le vittorie negli anni ’80, troviamo invecchiato e acciaccato, col corpo gonfio e devastato dagli anabolizzanti e dagli scontri di uno sport che, seppur programmato e “falso”, lascia cicatrici vere e dolorose.
Randy “the Ram” non riesce a vivere lontano dal ring, lontano dagli urli della folla. Non riesce perché nella sua vita non c’è nient’altro: non ha una famiglia, i soli rapporti umani che cerca (inutilmente) di costruire (anzi, di ri-costruire), dopo che un attacco cardiaco lo costringe ad abbandonare anche quegli pseudo-incontri nel fine settimana, fatti ad hoc per fan nostalgici, sono quelli centrali del film: quello con Cassidy/Pam, una spogliarellista non più giovane che porta nel cuore altrettante cicatrici, e quello con Stephanie, la figlia mai veramente conosciuta.
Ma gli sforzi di Randy per una vita “normale” sono vani: in un finale forse troppo prevedibile ritorna sul ring, per l’ultimo fatale incontro.
Ma non è questo che mi ha toccato, del film: è il ruolo di Rourke, che sembra cucito ad arte sulla vita di questo outsider del cinema americano, che ha fatto sicuramente ricorso al proprio passato, a quella sua vita privata ed artistica maciullata, per impersonare le fattezze di “the Ram” in maniera autentica, senza risparmiare nulla di sé, lontano da ogni tentativo da actor studio.
E la scelta di filmare tutto con una camera a presa diretta, portata a spalla, in una lunga serie di piani sequenza (che ricordano quelli di Gus Van Sant in Elephant), che si incollano letteralmente al personaggio e lo seguono in ogni suo movimento, senza mediazioni né maschere. Ma non è la denuncia sociale che interessa al regista, ma la ricerca di sé e delle ragioni del personaggio “the Ram” che, nonostante i problemi fisici, si dona interamente al suo pubblico, quel pubblico che è la sua famiglia, scomparendo nel nero dei titoli di coda, accompagnato dalle splendide notte della ballata di Springsteen, scritta appositamente per il film.
E in mezzo, chi mi conosce bene lo sa, c’è quel rapporto disastrato con la figlia, c’è quella frase che un padre cosciente del proprio fallimento dice, con le lacrime che solcano il viso devastato (dai combattimenti o dalla chirurgia?) di Rourke: “I know that I’m alone now, and I deserve to be alone. I just don’t want you to hate me”.
I can wait a lifetime to hear that.

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